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Chi è Roland Deschain?

Probabilmente l’idea che vi siete fatti di Roland di Gilead (al secolo Roland Deschain) fino a questo momento, è quella di una specie di stronzo colossale che antepone la sua ricerca della Torre Nera praticamente a ogni cosa o persona.
In questo caso, sappiate che la vostra idea di Roland è decisamente attinente alla realtà.
Con questo non voglio dire che il protagonista della storia sia del tutto affine al modo spiacevole in cui l’ho appellato qualche riga sopra (e che è già tanto se mi faranno passare), quanto che in effetti, per lui, non esiste niente di più importante della Torre e del suo raggiungimento. E’ pronto a sacrificare l’amore, l’amicizia, persino sé stesso allo scopo di raggiungere il suo obiettivo. E l’ha già fatto in passato, quindi non dubitate nemmeno un secondo che possa farlo di nuovo. […]

Roland è l’ultimo dei pistoleri. Questo porta con sé oneri e onori e un mucchio di problematiche legate alla figura stessa dei pistoleri, praticamente venerati (e reverenzialmente temuti) dagli abitanti del Medio-Mondo (il posto in cui prendono parte la maggior parte delle vicende). Potreste considerare Roland al pari di un cavaliere della tavola rotonda o di un templare. Una figura, insomma, che ricopra una certa carica importante, quasi leggendaria.
Il suo essere distante e distaccato da tutto e da tutti col tempo si affievolirà, rimuovendo quell’odiosa etichetta da freddo killer che si porta appresso lungo la prima parte del racconto e appiccicandogliene una che, seppure solo leggermente più simpatica, lo rende almeno in parte umano.
Ecco, diciamo che da un certo momento in poi, Roland diventa quasi una persona apprezzabile. E credetemi: dal livello di cinismo da cui parte ne “L’ultimo cavaliere”, il fatto che in seguito possiate accettare e condividere le sue scelte rappresenta una crescita spaventosa.
Per darvi un’idea di quanto sia incolore il personaggio di Roland nella prima parte della storia, vi basti sapere che verrà chiamato col suo nome di battesimo solamente 96 pagine dopo l’inizio del romanzo, e per giunta solo all’interno di un flashback che racconta un episodio della sua infanzia. Fino a quel momento -e successivamente, fino alla fine del libro- ci si riferisce a lui come “il pistolero”, che di per sé non è un concetto molto distante da “l’Uomo in Nero”.
Nel primo romanzo, Roland è una figura, un concetto. Non è il Bene (perché compierà da subito una serie di azioni decisamente condannabili) e non è il Male (astrazione che tocca all’Uomo in Nero), e si manterrà in questo limbo amorale per parecchio tempo, disorientando il lettore che non saprà mai se tifare per lui o sperare che stiri le zampe come la carogna che sembra essere.

A venerdì con “Cos’è il Ka-Tet? Chi ne fa parte?”

P.S: L’avete firmata la petizione, vero?

Filippo Magnifico